La
crisi portata all'attenzione del pubblico nell'estate del 2007
era una crisi del debito privato: del settore finanziario, anzitutto,
ma anche di quello delle famiglie. Le imprese produttive non
sembravano soffrire dello stesso problema, né sembrava
particolarmente preoccupante la situazione dei debiti pubblici -se
non per coloro che in questa sede abbiamo definito ‘le vestali
dell'ortodossia', cioè coloro per i quali il pareggio dei
bilanci pubblici dei paesi dell'UE è una questione di principio e
non una di politica economica, di occupazione, di benessere. Oggi,
dopo tre anni e mezzo, la crisi è essenzialmente crisi del debito
pubblico. Il 2010 è stato l'anno in cui questa metamorfosi si è
estrinsecata in tutta la sua chiarezza: dapprima la cosiddetta ‘crisi
greca' o, come si potrebbe anche chiamarla se si volesse essere un
pochino più rigorosi, la crisi del debito pubblico greco, la quale
ci ha preoccupato in particolare nella prima metà dell'anno; poi
la ‘crisi irlandese', che a voler essere un pochino più
rigorosi, potremmo anche identificare come la crisi del sistema
bancario e finanziario irlandese, la quale ha assorbito la nostra
attenzione nella seconda metà. Il tutto nel quadro di una campagna
di stampa dedicata alla crisi del progetto europeo, alle (vere o
presunte) diatribe tra un primo ministro e l'altro e tanti, tanti
giornalisti e opinionisti impegnati nella battaglia contro i deficit
pubblici e a favore di bilanci in pareggio. Europei, ovviamente.
Il quesito centrale di questo breve scritto
è sostanzialmente questo: ma questo consenso a favore del
‘risanamento' che va dal governo spagnolo a quello italiano, da
quello portoghese a quello tedesco, questo consenso, è universale?
Siamo sicuri che il ‘risanamento' sia la preoccupazione
fondamentale di tutti?
Anche dei gruppi dirigenti statunitensi?
Si potrebbe pensare che Come finirà? sia un titolo
pensato per pure ragioni di marketing. E forse è così, perché si tratta di un
titolo oltremodo attraente per tutti: non vogliamo forse sapere sempre ‘come
finirà' qualunque cosa, qualunque viaggio, qualunque avventura, qualunque
avvenimento piccolo o grande? Si può persino immaginare che un lettore
distratto potrebbe comperare il libro avendo dato soltanto un'occhiata al
sottotitolo, e quindi al contenuto ‘vero' del volume. Comunque sia, Come
finirà? è il quesito che da diversi anni economisti accademici e policy
makers si pongono con angoscia crescente.
Per apprezzare appieno l'importanza di questo lavoro di
Attali è utile ripercorrere brevemente la storia di questa crisi, partendo dal
quesito opposto: come iniziò? Perché forse, se ricordassimo come è
iniziata, se potessimo cominciare a dare una risposta a questo quesito,
allora forse potremo cominciare a formarci delle ipotesi su come potrebbe
finire. E perché soltanto ricordando come essa è iniziata, e come si è cercato
di contrastarla, si riuscirà a contrastare almeno in parte la marea montante
dell'ideologia irrazionale che ha preso corpo in larghi strati della
popolazione e degli addetti ai lavori: l'ideologia del ‘i debiti vanno pagati',
‘i governi (canaglia?!) si sono indebitati e adesso non vogliono pagare'. Problema:
chi ricorda come si è sviluppata questa crisi? E, non ricordandolo, come fa chi
non ricorda ad identificare scenari di sviluppo (o sottosviluppo) dell'economia
mondiale?
Il metodo che
vogliamo seguire è proprio quello adottato da Attali, il cui libro, edito ora
in Italia da Fazi, si apre con una ricostruzione, veloce ma illuminante, del
concetto di ‘debito' e, in particolare, di debito ‘sovrano.' È un fatto
importante questo, in un'epoca in cui le parole scivolano entro e fuori i
discorsi e, con loro, i concetti che esse vorrebbero rappresentare. Primo,
dunque, occorre sapere che cosa sia questo debito, da dove venga, perché esso
sia ‘un male'. E, poi, come andrà a finire.
Le origini lontane della crisi
Le origini lontane della crisi hanno ormai una
spiegazione ‘di consenso', cioè largamente condivisa, sulla quale occorre
spendere non più di poche parole. Sembra di poter dire che la coincidenza di almeno
quattro eventi sia alla base della crisi:
Finanziamento crescente dei disavanzi correnti del governo statunitense
da parte delle economie emergenti e della Cina in particolare, circa 1994-2007
(o ‘squilibri globali', come certa letteratura ama definire il fenomeno);
Deregolamentazione del settore dell'intermediazione finanziaria
statunitense mediante la progressiva eliminazione delle regole fissate nel
1933-35 mediante il Glass-Steagall Act (circa 1990-1999);
L'emergere di metodologie per la distribuzione e la valutazione del
rischio del tutto nuove e forse largamente incomprese, e comunque non
regolamentate, dal regolatore (circa fine anni ottanta);
La politica monetaria fortemente espansiva adottata a partire dalla
cosiddetta ‘crisi delle dotcom' e continuata per diversi anni per ragioni
diverse (circa 2001-2007).
Il manifestarsi della crisi
Le difficoltà in cui si trovavano nella prima parte del
2007 tanto le banche commerciali che quelle di investimento vennero poste
all'attenzione del grande pubblico all'inizio di agosto di quell'anno, quando
una grande banca annunciò pubblicamente che alcuni suoi fondi comuni di
investimento trovavano difficoltà a far fronte ai rimborsi di quote richiesti
dai loro sottoscrittori.
Quando chi scrive sosteneva, già nell'inverno 2007-2008,
che la crisi che al tempo i più chiamavano ‘dei mutui subprime' avrebbe
generato effetti durissimi su crescita e occupazione in tutti i paesi ad alto
reddito pro capite, veniva guardato con forte scetticismo.[1] In
fondo, si trattava di una voce fuori dal coro, un coro i cui cantori
magnificavano la potenza ‘dei mercati' e la loro capacità di restituire al
mondo equilibrio e crescita in tempi rapidi.
Venne poi la crisi del credito e, a seguire, la ‘Grande
Recessione', espressione molto usata nella pubblicistica anglosassone ma poco
da noi dove, si sosteneva e si continua a sostenere, la disoccupazione misurata
in percento delle forze di lavoro è più bassa che altrove, dove le banche hanno
avuto il buonsenso di non detenere in portafoglio titoli tossici (ma qualcuno
ha sottoposto alla considerazione pubblica anche un'altra ipotesi, che
definisce ‘maligna'), dove la resilienza della famosa ‘piccola e media impresa'
mette tutti al riparo dagli scatafasci che colpiscono il resto del mondo. Al
momento in cui questa recensione viene scritta, le agenzie battono novità che
vanno proprio in senso opposto: disoccupazione in aumento, tanto negli Stai
Uniti che in Italia.
Le reazioni delle autorità di politica economica: la
politica monetaria
La reazione delle autorità di politica economica fu
repentina e, agli occhi di chi scrive, sostanzialmente corretta: sostanzialmente
perché anch'esse sottovalutarono la dimensione e le implicazioni sistemiche
della crisi in atto. A reagire per prima fu la Banca Centrale Europea, seguita
poche ore più tardi da quella statunitense: correttamente, ad una crisi di
natura finanziaria e di liquidità si doveva reagire fornendo agli intermediari
finanziari liquidità. Si poteva discutere, e si discusse, sulla quantità, sulle
forme, sul costo: ma la sostanza dell'intervento non venne mai veramente messa
in discussione se non, in maniera anche massiccia, negli Stati uniti, dove si
andava sviluppando un movimento d'opinione che riusciva a trovar udienza in
Congresso e che sosteneva che ‘salvare le banche' non era la sola strategia
possibile, e che almeno un'altra ne esisteva: ‘salvare i mutuatari' e, con
loro, l'economia reale.
Nella prima fase della crisi, quella cioè in cui, giusto
o sbagliato che fosse, si scelse di salvare il sistema finanziario, la risposta
della politica economica non poteva che essere di tipo (prevalentemente)
monetario. Questo intervento prese inizialmente la forma di iniezioni di
liquidità di dimensioni inaudite nel sistema bancario mondiale: erano poche le
vestali dell'ortodossia monetaria che, di fronte al pericolo di un crollo puro
e semplice del sistema bancario e finanziario, si preoccupavano dei potenziali
effetti inflazionistici dell'espansione monetaria. Lo stesso "Financial Times",
tradizionalmente guardiano attento dell'ortodossia, abbandonava le posizioni
tradizionali. Del resto, sarà bene ripeterlo ancora, inflazione non se ne
vedeva. Né se ne vede.
Le reazioni delle autorità di politica economica: i
salvataggi
Che la politica monetaria sarebbe stata sufficiente,
forse, a salvare il sistema finanziario, era possibile; ma era chiaro a tutti
che la Grande Recessione andava affrontata con i mezzi tipici della politica
fiscale antirecessiva. Questo passaggio dalla politica monetaria avvenne
gradualmente.
Inizialmente, a partire dalla primavera del 2008, il mix
di politica economica si veniva arricchendo con dosi crescenti di interventi
dell'autorità fiscale. Ma si trattava di un intervento fiscale di tipo
particolare, niente affatto mirato allo stimolo della domanda di beni e
servizi, cioè ad una azione anticiclica di stampo ortodossamente keynesiano.
Piuttosto, si trattava di spesa pubblica per l'acquisto, il salvataggio,
l'erogazione di sussidi a, e/o la nazionalizzazione di, imprese finanziarie in
difficoltà che, per ragioni ancora largamente dibattute, vennero in parte
‘salvate' ed in parte no.
In quel periodo la coppia Bernanke (Banca Centrale) -
Paulson (Tesoro) sembrava inseparabile; insieme, il presidente della Banca
Centrale e il ministro del Tesoro venivano delineando misure di intervento
sempre più originali, caratterizzate da interventi non ortodossi tanto del
Tesoro che della Banca Centrale. Assistemmo a cose fino ad allora
inimmaginabili: la vendita di Bear Sterns e di Merrill Lynch, il rifiuto delle
autorità di politica economica statunitense di adottare la stessa soluzione per
Lehman Brothers, la fine delle banche di investimento, la nazionalizzazione di
AIG, l'acquisto da parte della Banca Centrale di titoli tossici.
L'ultima speranza: spesa pubblica in disavanzo e
riduzione dell'imposizione fiscale
Ma le misure ‘di salvataggio' mostravano un'efficacia
drammaticamente bassa quanto al tentativo di fermare, se non invertire, il
processo che stava costruendo la Grande Recessione. E nel novembre 2008 il Governo
cinese, uno dei primi tra i governi G20, deliberava una spesa straordinaria di
586 miliardi di dollari, da finanziarsi in disavanzo e indirizzata in
prevalenza al potenziamento delle infrastrutture. Nel febbraio 2009 il
Congresso degli Stati Uniti approvava un aumento del deficit federale per 787
miliardi di dollari, parte destinata alla riduzione del carico fiscale sulle
famiglie e sulle imprese, parte destinata a finanziare spesa per la sanità, le
infrastrutture, le energie rinnovabili. Anche in questo caso, pochissimi erano coloro
che se la sentivano di mantenere posizioni da ‘bilancio in pareggio' che pure
avevano mantenuto per anni. Di nuovo, il "Financial Times" titolava che prima o
poi si sarebbe dovuto tornare a politiche di bilancio più tradizionali ma, please,
non ancora, o si sarebbe rischiato di schiacciare la ripresa nascente.
L'origine dei debiti pubblici ‘esplosivi'
Le prime due fasi della crisi si erano dunque svolte
secondo copione: banche centrali e governi di tutto il mondo si erano impegnati
in una battaglia senza precedenti per salvare le banche prima, e poi per ridare
al sistema reale, quello della produzione, del consumo, degli investimenti,
quegli stimoli che le banche avevano azzerato quando preferivano depositare in
banca centrale la liquidità presa a prestito piuttosto che fornirla, con
profitto, si intende, al sistema produttivo.
Sapevamo che lo stimolo fiscale cui quasi tutti i governi
al mondo contribuirono per rallentare e, sperabilmente, bloccare la Grande
Recessione, era di dimensioni nuove e inaudite. Di conseguenza, chi scrive
riteneva che la ripresa ci sarebbe stata: lenta, ineguale, spumeggiante nei
paesi emergenti e molto più debole in molti paesi ad alto reddito pro capite,
senza inflazione, con tassi di disoccupazione ostinati e sostanzialmente fermi
ai livelli del 2009 per molto tempo ancora. Ciò che chi scrive non aveva
previsto, invece, era l'attacco contro l'euro che si sarebbe scatenato a
partire dall'autunno del 2009.
Come diretta conseguenza dei programmi di stimolo alla
produzione mediante spesa in disavanzo, la dimensione dei disavanzi correnti di
quasi tutti i paesi al mondo nel 2009 (e nel 2010, e nel 2011, e nel 2012...) cresceva
fino a livelli mai toccatiprima. A mò
di esempio: si ricorderà che nel 1992 il governo italiano esibiva un disavanzo
corrente del 10,6% rispetto al prodotto interno lordo, e che questo numero
veniva considerato il segno di un quasi-crollo: tanto è vero che la lira si
svalutò in un batter d'occhi del 30% contro il marco tedesco, mentre il nostro
governo (giustamente) e (non capirò mai perché) il nostro paese, venivano
additati al pubblico ludibrio. Oggi, un rapporto deficit/Pil assai simile vale
per il governo degli Stati uniti. Dov'è l'attacco al governo statunitense?
La vergogna del governo debitore
Come ho argomentato già nel febbraio 2010[2], la
terza fase della crisi venne scatenata da un'azione della famosa agenzia di
valutazione Fitch la quale, il 22 ottobre 2009, declassava il debito sovrano
greco. Feci notare a quel tempo che i tempi dell'operazione erano quanto mai
sospetti: soltanto il 5 ottobre il presidente del Governo uscente aveva ammesso
la vittoria della controparte, e il nuovo Governo non aveva avuto neanche il
tempo materiale di porre mano alla verifica dello stato dei conti pubblici. Da
quel momento, il dibattito ha preso una direzione che ha dell'incredibile:
quella della necessità che il Governo sovrano greco adottasse politiche fiscali
disumanamente restrittive; che Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna dovessero
seguire rapidamente la stessa strategia, o perché i loro disavanzi correnti, o
i loro debiti, o entrambi, erano ‘eccessivi,' o perché si riteneva che lo
sarebbero stati in un futuro non troppo lontano.
L'uso del termine ‘dibattito' è forse fuorviante: un
‘dibattito' prevede una qualche sorta di equilibrio tra le voci in campo, se
non per dimensione, almeno per dignità dei dibattenti agli occhi di chi
ascolta. La tesi che veniva imposta da media e professionisti di varie
estrazioni è banalmente quella che le vestali dell'ortodossia erano venute
sostenendo per decenni prima della crisi: un governo con un deficit corrente
e/o un debito alto rispetto al prodotto interno lordo del paeseche governa deve rapidamente ‘rimettere
ordine' nei propri conti, pena la perdita di credibilità del proprio ruolo di
debitore e il dover sottostare a una domanda in caduta libera dei propri titoli
di debito. In assenza di misure di risanamento efficaci e credibili, prezzi
bassi per il debito sovrano, rendimenti crescenti, deficit secondario fuori
controllo, necessità di ridurre il deficit primario, ergo tagli alla spesa e/o
aumento del prelievo.
Ma perché? Chi scrive è tra coloro che approvarono
la famosa manovra da 170.000 miliardi di lire adottata dal primo Governo Prodi,
il cui scopo era ovviamente di creare le condizioni perché l'Italia potesse
entrare a far parte dell'area euro. Scopo nobile, dunque, i cui benefici non è
il caso di riassumere qui oggi, ma il cui costo non poteva essere, e non fu,
nascosto: una recessione feroce. Ma perché applicare la stessa ricetta oggi,
quando le condizioni sono cambiate drammaticamente e ciò cha andava bene 13 anni
or sono oggi non va più bene? Oggi quel paese non è più lo stesso: esso
appartiene ad un'area monetaria comune, e quindi non esiste più la possibilità
che l'attacco speculativo contro il suo governo possa automaticamente generare
un deprezzamento della valuta nazionale. Questo è la Grecia. Come l'Irlanda, il
Portogallo, la Spagna.... (e, per timore, occorre fermasi qui.) Tutti paesi
appartenenti all'area euro.
Come finirà?
La posizione
assunta dai governi europei è semplicemente sbalorditiva. Per almeno due
ragioni. La prima è che non capisco per quale ragione fosse necessario indurre
una recessione drammatica in Grecia, quando i mercati non la chiedevano e che
comunque e sicuramente non avrebbe mai indotto quell'aumento di reddito
necessario a generare base imponibile sufficiente a riequilibrare il bilancio
di quel governo. E poi perché chiunque può immaginare che, adottando la linea
della ‘austerità' (quanto sa di virtuoso, di equilibrato, di ‘giusto' questa
parola!) si sarebbe accettato il terreno di scontro voluto dalla speculazione,
quello della credibilità del debitore, appunto. Ma in che senso si può far
‘pagare il conto' ad un debitore che non possiede più un a propria valuta?
Perché lo sappiamo, la svalutazione è la sola forma di penalità che fino ad ora
abbiamo visto può essere imposta al debitore!
Come finirà, allora? Forse così.
1. Le banche
Queste stanno lucrando in maniera fantastica. Il rischio che
corrono è tutto da un solo lato, quello dell'acquisto di titoli dei governi
sotto attacco. Con una ulteriore garanzia: che se mai i titoli del debito
pubblico in loro possesso dovessero deprezzarsi troppo, ci sarebbe comunque
sempre la Banca Centrale a sollevarle dalla perdita. Lo chiamiamo ‘moral
hazard.'
2. I governi europei
I gruppi politici dirigenti europei stanno dando prova di
un antieuropeismo raramente visto prima. Per salvare sé stessi e mettersi al
riparo dalle reazioni di elettori che essi stessi aizzano contro l'euro, fanno
finta di non vedere (o non vedono, il che non sarebbe poi tanto meglio) che è
arrivato il momento di fare un altro salto storico nel processo di integrazione
dell'Europa: il passaggio da sedici autorità fiscali nazionali (diciassette dal
primo gennaio) ad una sola agenzia europea, cui si consenta di emettere debito europeo.
Se questo salto non verrà compiuto, i governi europei perderanno molto di
credibilità di fronte al mondo e, con essi, purtroppo anche l'euro e l'idea di
Europa.
3. Il governo Usa
Mano a mano che si rende del tutto inappetibile alle
banche il governo dei paesi ‘periferici' dell'area euro, il capitale
finanziario così liberato non potrà che migrare verso i paesi ‘non periferici'
dell'area euro, verso il debito statunitense, verso il debito emesso dalle
imprese. Già oggi un gran numero di imprese paga rendimenti sulle proprie
obbligazioni di gran lunga inferiori da quelli pagati dai governi periferici.
Inutile sottolineare che tanto più l'attacco ai governi sovrani dell'area euro
si radicalizza, tanto più il capitale così liberato cercherà debito denominato
in altre valute. Il ‘privilegio esorbitante' che Charles De Gaulle identificò
nel 1968 come il punto di forza dell'egemonia statunitense è ancora vivo e
vegeto.
4. Le imprese private
Di queste si è già detto sub 3. C'è solo da aggiungere
che le imprese Usa beneficeranno della crisi dei debiti sovrani più di quelle
europee per via della fuga da titoli denominati in euro verso titoli denominati
in dollari.
5. L'euro
L'euro è sotto un attacco durissimo. Il ripetersi degli
attacchi ai governi nazionali ormai da quattordici mesi ha messo la valuta
europea in gravi difficoltà, poiché un deprezzamento dell'euro dovuto a queste
cause non può essere salutato con il solito commento trito e ormai, nella nuova
strutturazione delle catene produttive mondiali, anche errato, secondo cui un
euro debole fa bene alle esportazioni. Il deprezzamento è segno della debolezza
della risposta politica all'attacco dei mercati, ed è proprio quella debolezza
che sta a fondamento di ogni nuovo, più virulento attacco.
Orientarsi in questa crisi non è semplice. Dire come
finirà è difficilissimo. Sono a confronto interessi economici immensi e
ideologie altrettanto importanti. I sostenitori del potere taumaturgico dei
mercati tremano all'idea che la politica (economica, ovviamente) rifiuti di
pagare con il crollo del progetto europeo questa crisi iniziata sui mercati
finanziari, degenerata in recessione, curata con i soldi pubblici. Attali cade
in parte in questa trappola, dando forse troppo credito all'ideologia del
debito come peccato mortale. Ma gli dobbiamo un libro in cui si riflette sulle
questioni fondamentali del ruolo del debito pubblico nella crescita
dell'economia e del benessere. E aiutare a riflettere, oggi, non è poco.
[1] Chi volesse seguire le posizioni di chi scrive sulle problematiche
relative a crescita, commercio internazionale e crisi dei debiti sovrani può
accedere liberamente a www.scenarieconomici.com
[2] ‘Greece 2010is not Italy 1992 (but the UK may very well be)', www.scenarieconomici.com, 23
febbraio 2010. Questa tesi ha trovato la sua prima
presentazione pubblica, al di fuori di un'aula universitaria, il 21 dicembre
2009. Si veda <http://www.youtube.com/watch?v=vrt3NtuRrxA>
Paul Krugman, premioNobel per l’Economia 2008, ha tenuto una lezione sulle origini e le conseguenze della crisi iniziata nell’agosto 2007. Nella seconda parte della serata ne ha discusso con il Professor Krugman, Fabio Sdogati, Professore di Economia Internazionale del Politecnico di Milano. La discussione si è concentrata su di un’analisi rigorosa delle dinamiche che oggi governano l’uscita dalla crisi e domani saranno le determinanti di un nuovo ordine nei rapporti economici mondiali.
Per visualizzare il video dell'incontro, clicca qui.
Le dure politiche di risanamento dei conti pubblici messe in atto dai governi non avranno effetti positivi sull'economia reale: la dimensione dei debiti sovrani è ormai talmente grande che il modo di pensare tradizionale appare inadeguato. Un'analisi "fuori dal coro" dello scenario economico attuale.
Questo articolo è apparso su ICT4Executive N.2, luglio 2010,
www.ict4executive.it, ed è scaricabile al seguente link: